In un tempo in cui i giovani sembrano attraversati da smarrimento, fragilità e desiderio di senso, la scuola, la famiglia e l’intera società si interrogano sul loro ruolo educativo. È ancora possibile accompagnare i ragazzi a scoprire se stessi, a diventare “padri dei propri atti”, come diceva Aristotele? Cosa significa oggi educare alla responsabilità, al pensiero critico, alla cura dell’umano?
Michele Illiceto, docente incaricato di Storia della Filosofia moderna e contemporanea presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari (sez. ITRA di Molfetta) e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Giovanni Paolo II” di Foggia, professore di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico “A. Moro” di Manfredonia, da anni è impegnato nel comprendere le sfide antropologiche ed esistenziali che attraversano l’adolescenza e la giovinezza. In questa intervista intensa e profonda ci accompagna dentro il mondo interiore delle nuove generazioni, offrendo uno sguardo lucido, ma colmo di fiducia sull’educazione come arte del possibile, della rinascita e del dono.
Professore, lei si occupa da anni della formazione dei giovani. Quali sono le principali fragilità esistenziali che attraversano le nuove generazioni?
Le principali fragilità esistenziali delle nuove generazioni sono legate al fatto che non sanno gestire sia le proprie frustrazioni che le proprie gratificazioni. Non sanno gestire i propri desideri, le proprie emozioni, perché sono bombardati da una iperstimolazione emotiva e sensoriale, che non gli dà il tempo di riflettere, di ragionare, di assimilare e di rielaborare. Hanno una visione sbagliata della libertà e non coltivano il senso del limite. È difficile per loro maturare la capacità di fare scelte consapevoli, perché sono figli di genitori che a loro volta sono molto vulnerabili e molto incentrati su se stessi.
I giovani di oggi sembrano spesso disorientati. È una crisi generazionale o una crisi culturale più ampia?
È ambedue le cose. È culturale perché sono venuti meno alcuni capisaldi culturali e valoriali sui quali abbiamo costruito la nostra società dopo il secondo dopoguerra, come la famiglia, le relazioni affettive, il senso di appartenenza alla comunità, il senso del sacrificio, etc. I giovani di oggi sono figli del nichilismo e vivono una profonda crisi di senso, dove tutto è permesso e si cerca il godimento a tutti i costi. In secondo luogo è generazionale perché le nuove generazioni sono come orfani di modelli e non riescono a trovare punti di riferimento stabili e credibili. I loro, più che bisogni, sono capricci.
La scuola è ancora un luogo di crescita umana o si sta riducendo a una macchina per la valutazione e la performance?
La scuola fa crescere solo se si pone come comunità educante. La scuola è ciò che i docenti la fanno essere con il loro lavoro e la loro passione educativa, con la loro capacità generativa e motivazionale. Certo i docenti non sempre sono messi nella condizione di fare bene il loro lavoro. La scuola funziona solo quando al centro si mette la persona dell’alunno con tutti i suoi processi di crescita cognitiva, affettiva, relazionale, sociale, civica e morale, e non i programmi e le discipline che, come diceva il grande psicologo e pedagogista Bruner, sono solo la cassetta degli attrezzi. Dobbiamo evitare la logica della prestazione e sposare la logica della maturazione, finalizzata all’orientamento e all’adattamento costruttivo. Gli alunni non sono “voti” da quantificare, ma “volti” da abitare, ciascuno prendendo in consegna se stesso.
Come si può educare al pensiero critico e alla responsabilità in un tempo dominato dall’immagine e dalla velocità?
In campo educativo molti purtroppo usano ancora un modello di tipo trasmissivo, ritenendo che i ragazzi siano dei vasi vuoti da riempire. Invece educare significa provocare, suscitando domande, perplessità e dubbi su tutto. Il dubbio è la più grande arma di pensiero che abbiamo. Ma il dubbio non nasce da sé, nasce da un atteggiamento interiore di stupore. Nell’insegnamento dovremmo lavorare più sulle domande che sulle risposte. Mai dare risposte come se fossero delle pappe pronte. Bisogna mettere in campo un modello esplorativo, dove il docente costruisce insieme all’alunno la risposta. È un processo interattivo e non passivo, dove l’alunno diventa il protagonista del proprio processi di apprendimento. In questo modo fai dello studente un cercatore, il quale diventa più consapevole e si responsabilizza.
Lei parla spesso di “cura” dell’umano. Cosa significa “prendersi cura” in ambito scolastico?
Oltre che prenderci cura dei ragazzi, dovremmo educare i ragazzi a prendersi cura di se stessi e degli altri. Noi siamo fuori quello che siamo dentro, e viceversa. Ma è il mondo interiore che costruisce e plasma quello esteriore. Dovremmo prenderci cura dei ragazzi aiutandoli a tirare fuori quel mondo interiore che si portano dentro e che forse non sanno di avere. Senza sostituirci a loro. L’educazione non è sostituzione o sovrapposizione, né contrapposizione, ma è dialogo e relazione, maieutica, cioè un cammino dove accompagniamo i ragazzi a partorire se stessi affinché, come diceva Aristotele, possano diventare “padri dei propri atti”.
Se potesse cambiare alcune cose nella scuola italiana, da dove partirebbe?
Partirei dalla formazione dei docenti in modo che possano cambiare il loro rapporto con gli alunni. I docenti speso sono demotivati perché circoscrivono la loro azione educativa alla sola scuola. Invece la scuola dovrebbe aprirsi e le classi dovrebbero essere comunità di pratica e di ricerca, dove si pone un problema e insieme si trovano le strade per cercare una soluzione. Dove le discipline non sono il fine, ma solo degli strumenti, e il sapere è strettamente legato ai vissuti dei ragazzi. Dovremmo aiutare i ragazzi a saper utilizzare il sapere e la cultura come strumenti per interpretare se stessi e la realtà, e così vivere meglio.
Che tipo di scuola immagina per il futuro?
Una scuola più aperta al territorio, meno chiusa su se stessa e meno legata al nozionismo imperante e al tecnicismo metodologico. Una scuola capace di coniugare la formazione psicologica della personalità degli alunni e acquisizione dei vari strumenti culturali per una maggiore alfabetizzazione a vario livello.
I giovani spesso sentono di “non farcela”, di non essere all’altezza. Cosa può dire loro un educatore che ha incontrato tante generazioni?
Gli racconterei la mia storia, fatta di cadute e di fallimenti, ma anche di ripartenze e di nuovi inizi. In una società dominata dalla logica della prestazione, dobbiamo aiutare i ragazzi a non guardare ciò che non sanno fare rispetto agli standard prestabiliti, ma a ciò che s nasconde dentro di loro. L’educazione si fonda sul possibile e non su ciò che è già dato. Molti genitori per non fare soffrire i propri figli evitano di farli cadere. Invece, più che questo bisogna insegnare loro a sapersi rialzare.
Se potesse scrivere una “lettera ai giovani”, cosa non dovrebbe mai mancare in quelle righe?
Consegnerei loro tre verbi. Il primo è che ti devi cercare, perché se non ti cerchi tu, chi altri potrà farlo. Poi ti devi trovare e conoscerti, accettarti e fare pace con te stesso, accettando le tue fragilità ma anche le tue potenzialità. Infine, dopo che ti sei trovato, devi donarti, perché se tieni per te ciò che hai trovato, diventi asfittico.
In un tempo che ha smarrito l’arte della lentezza e il valore del silenzio interiore, dove il rumore ha preso il posto del pensiero e il fare ha oscurato l’essere, le parole di Michele Illiceto risuonano come un invito coraggioso a tornare all’essenziale: alla relazione, all’ascolto, alla responsabilità.
Educare non è mai stato semplice, ma oggi più che mai significa mettersi accanto, farsi compagni di strada, aiutare i giovani a scoprire che la fragilità non è una condanna, ma una possibilità di umanità.
La scuola, ci ricorda il professore, non è un sistema di misurazione, ma uno spazio di generazione.
Un luogo in cui non si contano i voti, ma si incontrano volti.
E ogni educatore che sceglie di restare, di ascoltare, di accompagnare, è nel silenzio spesso invisibile del suo agire, una possibilità di salvezza dentro il disincanto del nostro tempo.
E in fondo, come ci insegna Illiceto, ogni ragazzo è una promessa che attende di essere custodita. Sta a noi – genitori, docenti, adulti – il compito più difficile e più bello: aiutarli a diventare ciò che sono, senza paura di cadere, ma con il coraggio di rialzarsi. E di donarsi al mondo.

