Negli ultimi anni, il malessere psicologico tra bambini e adolescenti ha assunto i contorni di una vera emergenza, coinvolgendo non solo le famiglie, ma anche la scuola, i servizi sanitari e l’intero tessuto sociale. Ansia, depressione, ritiro sociale, autolesionismo, disturbi della condotta: segnali diversi, ma che spesso raccontano un disagio profondo, troppo a lungo inascoltato. La pandemia ha agito da detonatore, accelerando processi già in atto: isolamento, dipendenza dagli schermi, povertà relazionali, insicurezza. Ma è davvero solo colpa del Covid? O stiamo assistendo a un cambiamento più radicale nel modo in cui i ragazzi vivono, sentono e crescono? Per provare a rispondere a queste domande — e per comprendere come adulti, insegnanti e educatori possano essere davvero una presenza significativa — ho incontrato Francesca Giannelli, medico chirurgo, specialista in neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza: in un dialogo coinvolgente e avvincente abbiamo riflettuto sui segnali da non sottovalutare, sulle fragilità che spesso si nascondono dietro i comportamenti più esplosivi o silenziosi e, soprattutto, su cosa significhi oggi “prendersi cura” del benessere psichico dei più giovani.
Quali sono i disturbi psicologici più frequenti tra bambini e adolescenti oggi?
È necessario distinguere la prevalenza dei disturbi in base alle fasce di età. Nei bambini piccoli e nella scuola dell’infanzia sicuramente i disturbi prevalenti sono quelli a carico del linguaggio e della comunicazione che necessitano di una presa in carico precoce con la riabilitazione funzionale. La fascia di età che comprende i bambini della scuola primaria fa emergere spesso disturbi d’ansia e disturbi di natura psicosomatica e difficoltà negli apprendimenti che negli ultimi periodi sembrano essere quasi aumentati a causa della scarsa applicazione nel tempo libero della fantasia dei bambini e dei giochi all’aria aperta e costruttivi, essendo spesso i bambini costretti in luoghi chiusi e con unico svago TV, PlayStation, cellulari e smartphone. Negli adolescenti, soprattutto dopo il lockdown e la tragedia della pandemia mondiale da COVID-19 +, abbiamo notato un aumento della prevalenza dei disturbi di natura depressiva, di isolamento sociale, di autolesionismo e di disturbi del comportamento alimentare.
Sicuramente nei prossimi vent’anni come specialisti, avremo il compito di curare patologie “da disturbo post- traumatico da stress cronico “con tutta la sintomatologia classica annessa legata proprio agli eventi che abbiamo vissuto.
Cosa c’è di nuovo nel disagio giovanile contemporaneo rispetto a qualche decennio fa?
Purtroppo ci sono stati anni di chiusura forzata in cui i bambini sono stati costretti a non avere interazioni sin da età precocissima. Questo ha creato forte disagio, disturbi di relazione e disturbi di natura neurobiologica e neuroimmunitaria (in quanto il sistema immunitario non si è perfezionato a tal punto da creare quelle difese utili come gli anticorpi necessari per fronteggiare gli attacchi esterni), portando ad un aumento di attacchi verso ‘il self”, considerato dal sistema ‘non self”, con sviluppo di patologie autoimmuni e allergie diffuse. Il disagio giovanile contemporaneo è caratterizzato dalla paura sociale, dalla mancanza di certezze, di difficoltà nell’identificazione verso una classe, una generazione di genitori cui appoggiarsi.
Purtroppo, ad oggi, gli accessi al pronto soccorso sono legati ad abuso di farmaci, ingestione di cocktail di droghe e alcool (i drug party stanno diventando le vere emergenze) anche nei giovanissimi. Nuova moda sembra essere lo stordimento e l’annullamento giovanile attraverso abusi di nuove droghe artificiali (difficili da identificare anche dagli esami di laboratorio classici) e in abuso di farmaci.
Le nuove famiglie con i nuovi assetti anche “allargati” trovano spesso genitori o assenti completamente oppure ‘amici’ dei ragazzi che amano compiacere e conformarsi ai giovani figli: vengono a mancare, però i punti di forza di un tempo, ossia i valori , talora il rispetto verso le istituzioni rappresentati da insegnanti, professori ma anche medici e guide educative, che si contestano e si attaccano, anziché essere riconosciute come autorità da cui prendere esempio perché esperti con formazione e preparazione professionale adeguata.
Notiamo una fragilità affettiva nella famiglia d’oggi, che non è in grado di rappresentare quel ‘contenitore emotivo’ fondamentale per gestire le crisi esistenziali dei giovani pertanto, si preferisce minimizzare o non affrontare il disagio giovanile, perché diventa lo specchio del disagio familiare odierno.
Abbiamo genitori ‘giovanilisti’ che si identificano con i propri figli in uno scambio di ruoli, per paura di affrontare l’invecchiamento e la normale crescita, che evitano di affrontare il rischio di scontro, dibattito e confronto perché insicuri e smarriti. Ecco che avere uno staff di esperti medici esperti del campo e psicologi diventa indispensabile ed importante per non sentirsi soli e per un valido confronto legato ai tempi e ai modi di oggi.
Quali segnali dovrebbero preoccupare i genitori e insegnanti?
Sicuramente bisogna ascoltare i ragazzi e i giovani anche nelle loro più piccole richieste: a volte l’ascolto diventa la vera cura. Oggi stiamo notando una maggiore chiusura psicologica interiore nei ragazzi che preferiscono il ritiro sociale, la chiusura emotiva ed il mutismo selettivo.
Campanelli d’allarme sono cambiamenti dello stato dell’umore, rifiuto delle relazioni sociali, cambiamenti nella modalità dell’alimentazione, cambiamenti nelle attività di svago di gioco e soprattutto reazioni impulsive ed improvvise nei confronti di nuove amicizie e nuove prospettive.
Essere genitori è il compito più difficile da sempre, ma la necessità di onestà intellettuale nasce nelle famiglie dove bisognerebbe affrontare giorno dopo giorno i problemi (che non dovrebbero essere trascurati a causa dello stress, del poco tempo disponibile e delle necessità personali). Molti disagi dei giovani ci raccontano di vuoti emotivi, di vuoti morali, di assenze importanti familiari, di assenze di punti di riferimento validi , di confusione di ruoli e di paura di confronto, per cui diventa molto più semplice scendere a compromessi, come sindacalisti mancati fuori dalla propria casa e famiglia, poiché non si riescono a dare delle regole efficaci in casa propria e soprattutto non si mette in atto un sistema di comunicazione non violento per farle rispettare con serenità e giudizio. Sicuramente la comunicazione non violenta dovrebbe essere uno dei target da raggiungere nei prossimi anni e da insegnare anche nelle scuole ed applicare nella piccola comunità che è la famiglia.
Come distinguere tra un momento difficile ed un disturbo vero e proprio che richiede un intervento specialistico?
Di solito la durata del tempo di una difficoltà può dare il sospetto che si stia creando un vero e proprio disturbo. A volte viene scambiato il mutismo selettivo per timidezza cronica.
Patologie croniche come la cefalea, i dolori addominali ricorrenti, le sindromi periodiche, le vertigini gli spasmi addominali spesso non vengono riconosciute perché minimizzate e perché non si dà il giusto valore, ma queste problematiche sono causa della maggior parte delle assenze scolastiche da parte dei ragazzi. Questo tipo di distinzione e diagnosi differenziale può essere fatta soltanto da personale tecnico specialista: nel dubbio è sempre bene contattare un professionista della salute mentale, sia perché bisognerebbe un po’ imitare i paesi anglosassoni, che da questo punto di vista sono secoli avanti a noi in quanto considerano lo psicologo e lo psichiatra personale, lo psicoanalista come il medico di famiglia, il medico generale ed il pediatra, ossia un elemento fisso fondamentale imprescindibile e costante per la propria salute. Le visite e le valutazioni sono delle semplici consultazioni e dovrebbero essere vissute come chiacchierate piacevoli per i genitori che costano di osservazioni dei minori e di dialogo efficace. A volte è preferibile consultare uno specialista piuttosto che rimanere col dubbio molti anni fino a quando un disagio non si trasformi in disturbo nei ragazzi.
Quali sono i principali fattori di rischio che possono portare allo sviluppo di disturbi psichiatrici nei giovani?
Sicuramente la familiarità per disturbi emotivi e la fragilità in ambito familiare diventano fattori di rischio importanti in presenza di suscettibilità ambientale, di problematiche sociali e di difficoltà di adattamento anche scolastico. Bisognerebbe cercare di studiare se vi sono possibili elementi che se trascurati possono portare a veri e propri disturbi.
Elementi come l’isolamento, l’incomunicabilità, la “sofferenza sommersa e silenziosa” come diceva Levi G., la malinconia curata da sé sono tutti i fattori di rischio per l’evolversi di un disagio nell’ambito mentale. A scuola non sono assolutamente da trascurare gli effetti devastanti che hanno sulla salute sulla psiche delle vittime i comportamenti disturbanti di coloro che vengono definiti ‘bulli’. Il bullismo è una piaga delle nostre scuole spesso sottovalutata: è bene far emergere queste situazioni sociali di disagio e di disadattamento ambientale perché in cura non dovrebbe essere preso solo il soggetto ‘vittima’ ma soprattutto il ‘carnefice’ bullo che ha vuoti morali, educativi e spirituali
profondi. Insegnanti e professori dovrebbero imparare a riconoscere atteggiamenti escludenti e bullizzanti nelle loro classi e imparare a chiedere aiuti a professionisti come psicologi e medici neuropsichiatri per comprendere tali disagi e problematiche per risolvere assieme.
Il ruolo dei social media e dello smartphone quanto pesano nella comparsa di ansia insicurezza e disturbi relazionali?
L’era digitale se da un lato ha stimolato gli aspetti più sofisticati delle funzioni cerebrali superiori, dall’altro ha fatto sì che, come tutti i primati, ci riducessimo al solo touch, ossia toccare attraverso il palmare senza alcuna richiesta di impegno e sforzo nello studio applicato, nella ripetizione mnemonica e nella creazione di attività legate alla libertà di gioco e pensiero. Vi è un rischio di forte dipendenza da quelli che sono gli smartphone, i social e il mondo virtuale, proprio perché danno una soddisfazione e una gratificazione estrinseca breve con necessità di ripetizione, come le droghe. Sono stati fatti degli studi scientifici recenti in cui si è visto come si modifichi l’elasticità cerebrale in relazione alla dipendenza da cellulari e videogames. Le reazioni e le connessioni delle reti neurali sono similari a livello centrale ai disturbi da dipendenza patologica. Tali disturbi alla fine vengono davvero curati con ansiolitici e antidepressivi, pertanto va fatta una prevenzione efficace affinché non si sviluppino.
Esiste una correlazione tra performance scolastica e disagio psicologico?
La scuola è il luogo dove i giovani trascorrono tre quarti della loro giornata. Pertanto, manifestare una difficoltà scolastica, sicuramente è una richiesta di aiuto da parte dei giovani da un punto di vista della salute mentale.
Però non bisogna trascurare quelli che sono i disturbi funzionali e considerare ogni problema come disturbo psicologico emotivo. Infatti sappiamo che esistono disturbi neurobiologici come la dislessia DSA o il disturbo da deficit di attenzione con iperattività ADHD, che hanno una base neurobiologica pertanto rischiano di avere una comorbidità in psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza, se non trattate. Test di screening pedagogici sono fondamentali nelle scuole per identificare i soggetti a rischio per disturbi dell’apprendimento e anche per disturbi dell’adattamento. Il secondo step è interpellare uno specialista in materia di salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza in modo che possano essere valutati attraverso test di livello, cognitivi di personalità e di apprendimento, tutti gli elementi necessari per fare una diagnosi opportuna.
In che modo si possono costruire alleanze educative tra famiglie a scuola servizi sanitari?
I nostri bisnonni, i nostri nonni, ma anche i nostri genitori non avevano questo tipo di problematiche, ossia non avevano bisogno di creare alleanze educative in quanto era insito nella vita comune, il rispetto e l’alleanza tra famiglia e reti sociali attorno. Studiare un tempo per molti era un privilegio e non un diritto come adesso. Forse bisognerebbe ricordare alle famiglie ed ai giovani d’oggi che il diritto allo studio è stato conquistato con gran fatica in passato e che non va svilito attraverso attacchi spesso sine senso alle istituzioni. Anche il rispetto verso il mondo sanitario una volta era implicito nell’essere umano, oggi sembra quasi una conquista: forse perché viviamo in una società esasperata e stress e crisi hanno veramente ridotto la fiducia verso operatori e creato molta tristezza e affanno nelle persone. Compito di noi sanitari è sicuramente contribuire a far sì che le persone possano affidarsi a noi con serenità e speranza. Bisogna garantire una qualità elevata, continuo studio, continua ricerca: il nostro lavoro così come quello dei professori e degli educatori è una missione e come tale deve essere svolto nel migliore dei modi. Come unità territoriale di neuropsichiatria infantile è previsto un continuo confronto con le famiglie e con le scuole in quelli che sono i GLO ossia i gruppi operativi per l’integrazione scolastica con continui confronti.
È molto importante avere un continuo dialogo con la scuola, con i professori e con i giovani e le loro famiglie e noi disponiamo sempre che questi incontri vengano fatti sia di persona sia da remoto con la presenza di tutti gli elementi in questione in modo che la partecipazione sia la più completa ed esaustiva.
Ogni ragazzo porta con sé le proprie esperienze, i propri vissuti, i dolori della propria famiglia, lo stress della non riuscita e la speranza di farcela.
Noi abbiamo il compito come medici neuropsichiatri specialisti psicoterapeuti di venire incontro anche quelli che sono aspetti di bournout ossia stress da stanchezza della classe docente e dei caregiver ossia genitori soprattutto se hanno figli con disabilità o disagi.
Cosa consiglia ai genitori che temono lo stigma o hanno difficoltà ad accettare che il figlio possa avere un disagio psichico?
Il disagio spesso attraverso un pattern ed un sistema di aiuti, di tecniche e metodologie, protocolli standardizzati di studio e cura e ricerca, può volgere alla risoluzione se affrontato per tempo e con giusti strumenti e professionalità. Bisogna quindi lavorare sulla prevenzione affinché un disagio non si trasforma in un vero e proprio disturbo.
Quali stili educativi in famiglia aiutano a prevenire fragilità psicologiche nei figli?
La mia formazione in ambito neuropsichiatrico è legata sicuramente allo studio dei sistemi e delle interconnessioni che riguardano sia la biologia e sia la psicologia. La fragilità psicologica è una predisposizione neurobiologica e costituzionale a sviluppare determinate problematiche. Così come nella Natura nel mondo animale e vegetale, la biologia predispone soggetti più forti e soggetti più deboli, ossia soggetti predisposti e sviluppare una determinata patologia. Lo stesso discorso è applicabile nella natura umana con le possibilità di resilienza. Giovanni Bollea diceva “le mamme hanno sempre ragione” per intendere che ogni famiglia conosce punti di debolezza e punti di forza dei propri figli e di solito non si sbagliano nell’identificazione precoce di difficoltà o défaillance. Sicuramente, se i punti di forza vengono identificati, vanno valorizzati responsabilizzando i ragazzi. Anche i disturbi comportamentali più importanti si riducono e si ridimensionano se vengono dati compiti educativi ed indicazioni di responsabilità sin da piccoli ai bambini. Una comunicazione “non violenta” ossia mantenere un gran cuore ed una visione allargata dei fatti, oggettiva senza essere giudicanti, può aiutare i genitori a dare delle direttive chiare e precise, valorizzando ogni ragazzo.
C’è qualcosa che come società stiamo sbagliando nel modo in cui cresciamo i nostri ragazzi?
Non bisogna avere paura del confronto con i ragazzi e i giovani. Il conflitto intergenerazionale è salutare fisiologico ma non deve diventare cronico e disturbante. Sicuramente bisognerebbe lasciare spazio anche alla diversità di visioni piuttosto che al continuo a accondiscendere ad essi per paura di essere rifiutati dai propri figli o esclusi.
Il vuoto emotivo dei ragazzi spesso ci racconta la mancanza di empatia verso gli altri ma anche la mancanza di sforzo per affrontare le difficoltà e per raggiungere i propri obiettivi. Bisognerebbe favorire e stimolare nei ragazzi la sensibilità verso la sofferenza altrui, l’aiuto verso i più deboli, anche attraverso il volontariato attivo.
La sottoscritta ha cominciato a fare la volontaria in Croce Rossa a 16 anni durante il liceo e spesso questo io lo racconto ai ragazzi per stimolare ad un approccio più sociale e solidale e più adattato alla realtà contingente nei confronti della necessità del territorio in cui si vive. Ai genitori va suggerito di non diventare “genitori elicottero” o “spazzaneve”, ossia genitori che si sostituiscono ai propri figli e risolvono sin da piccolissimi tutti i loro problemi (proprio sorvolando dall’alto o spazzando via tutti i problemi come se fosse neve). Questo impedisce lo sviluppo di una equilibrata personalità nei giovani che non avendo gli strumenti dentro di sé per risolvere i vari problemi e per affrontare adeguatamente tutte le avversità, diventano fragilissimi: questa fragilità da adulti si trasforma in insicurezza e dunque, tirannia, violenza e disagio. I “no che aiutano a crescere” rimane un importante elemento da non sottovalutare.
Per concludere cosa direbbe ai ragazzi che si sentono diversi o inadeguati?
Basaglia diceva che “visto da vicino nessuno è normale” questo per indicare che in realtà, come sottolineava Freud, ognuno di noi è un insieme di piccole nevrosi. Ognuno di noi ha sperimentato l’ansia, ha sperimentato la depressione, la malinconia e lo stress. Questo significa che la salute mentale, così come la salute biologica è una continua conquista e ricerca di benessere psicofisico.
Non bisogna scindere la psiche dal corpo, perché a volte molte problematiche psico-somatiche ci raccontano veramente di disagi non risolti.
Ai giovani ai ragazzi con sofferenza morale o psicologica, direi di imitare un po’ i loro coetanei che ho incontrato nel mio percorso alla Tavistock clinic di Londra, che ricercano da sé con un “Doctor help me!” l’aiuto dei professionisti della salute mentale senza timore o paura, addirittura soli senza genitori.
È indispensabile avere delle importanti reti sociali attorno a sé non soltanto a scuola, ma anche nello sport, nell’amicizia, nei gruppi giovanili, nell’associazionismo, attraverso guide morali spirituali che diventano il punto di partenza per i giovani e per le loro famiglie. Dedicarsi alle proprie passioni, non tralasciando gli impegni e soprattutto volgendo un occhio di sensibilità e di dolcezza verso il mondo animale: sappiamo quanto avere un animale in casa sottoforma di PET Therapy diventi utile sia per disagi come l’obesità infantile e la depressione e fa sperimentare la fedeltà che negli animali sicuramente è molto forte nei confronti di noi esseri umani.
Breve biografia della d.ssa Francesca Giannelli: medico chirurgo, specialista in neuropsichiatria infantile dal 2005, formatasi all’Università di Chieti e di Roma La Sapienza dove si è laureata, all’Università di Verona dove ha conseguito la specializzazione con una tesi dedicata ai disturbi del neurosviluppo (disturbi del linguaggio e regressione comportamentale). Appassionata di neuropsicologia e delle nuove discipline della ricerca biomedica, della neuro-immunologia clinica e delle malattie autoimmuni, ha perfezionato la sua attività professionale di psicoterapeuta presso la prestigiosa Tavistock Clinic di Londra, lavorando nei reparti dedicati agli adolescenti. I suoi maestri tra i più proficui e vivaci nell’ambito del panorama nazionale ed internazionale della scienza: Giovanni Bollea, Gabriel Levi, Dalla Bernardina B, Zoccante Leonardo, Chianura P., Penge Roberta, Magda Di Renzo. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, dirigente medico ASL Brindisi NIAT presso gli ambulatoriali dell’unità operativa territoriale di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Effettua consulenze e controlli quando necessario e richiesto presso il pronto soccorso del Perrino, il reparto di psichiatria spdc, i reparti di neurologia e di pediatria dell’ospedale di Brindisi.

