C’è un angolo di Salento dove il tempo sembra essersi fermato. Non parliamo delle spiagge affollate o dei borghi ormai trasformati in cartoline turistiche, ma di una stradina tranquilla, a pochi metri dalla cripta del Crocefisso, tra l’incrocio per Casarano e la vecchia strada per Melissano. Qui, tra muretti a secco e profumo inebriante di erbe selvatiche, fa capolino la Cappella della Madonna di Costantinopoli.
Entrarvi è come aprire una finestra su un mondo antico: sensazioni di stupore e meraviglia. La cappella, oggi restaurata, è un unico ambiente con volta a botte e pareti affrescate con colori caldi, vivi, che resistono ancora all’erosione del tempo. Le figure sacre parlano con lo sguardo, i santi sembrano camminare insieme al visitatore, e al centro di tutto campeggia lei: la Madonna di Costantinopoli, seduta su di una nuvola, con il Bambino in braccio e un’aureola dorata che sembrerebbe illuminare ancora oggi simbolicamente l’intera parete.
Un affresco, datato 1619, che però ha molto da raccontare. Durante il restauro, infatti, si è scoperto che sotto la pittura visibile oggi c’era un’immagine più antica, coperta nel corso dei secoli: le nubi originarie, più candide e stilizzate, furono rimosse, il manto della Madonna venne ridisegnato, e perfino l’iscrizione “Madonna di Costantinopoli” fu in parte occultata. Un gesto che ci racconta non solo la storia di un affresco, ma anche quella delle trasformazioni del gusto, della fede e forse, chissà, di un diverso modo di intendere la devozione. Due angeli sono rappresentati nell’atto di posare una corona dorata sul capo della Madonna, “non perfettamente in asse con la testa dell’originaria immagine della Vergine”, segno di una variazione stilistica avvenuta dall’originario stile bizantino a canoni pittorici settecenteschi.
Ma la cappella, da sola, non spiega tutto. Per comprendere davvero il valore di questo luogo, bisogna conoscere chi l’ha custodita, amata e tramandata. Ed è qui che entra in scena la famiglia Papadia.
Una famiglia che, come spesso accade nel sud, è avvolta nel mistero di origini lontane e racconti frammentari. Si dice che i Papadia venissero dalla Francia o forse dalla Grecia, e che siano giunti in Italia al seguito di Ludovico d’Angiò. Si stabilirono in vari centri del Salento – Galatina, Castrignano dei Greci, Muro Leccese – e qualcuno di loro, nel 1541, ottenne addirittura il titolo di Cavaliere di Malta.
La presenza della famiglia ad Ugento è documentata sin dal 1599: è l’anno in cui un tale Scipione Papadia, originario di Nardò, viene citato in un atto di donazione. Ma il volto più noto è forse quello di Giovanni Papadia, “chierico coniugato” e speziale – potremmo dire oggi un farmacista – che, nei primi del Seicento, divenne una figura influente nel tessuto sociale della città. Lo scopriamo attraverso un documento toccante: la contessa Vittoria Piscicella, vedova del conte di Ugento Ferrante Pandone, gli doveva più di settanta ducati per “tante medicine date al detto fu Sig. Conte e a essa Signora Contessa e Signori figli”. Era un debito non solo economico, ma anche umano, che venne saldato con un appezzamento di terra detto “la Padula”.
Non è un caso se, nei documenti antichi, la cappella è chiamata “de’ Pappadis” o “de’ Papadi”. Quel nome racconta una storia: non solo di proprietà, ma di appartenenza. Era il luogo della famiglia Papadia, la loro espressione di fede, forse anche un modo per radicarsi nel territorio e lasciarvi un’impronta duratura. Un segno tangibile del legame profondo tra spiritualità e storia familiare, tra la fede privata e l’identità pubblica, che ancora oggi sopravvive tra le pareti di questa piccola cappella.
Ed è proprio in questo intreccio tra devozione e memoria che si inseriscono le figure affrescate sulle pareti: accanto alla Madonna di Costantinopoli si affacciano figure di santi, silenziosi testimoni del tempo. San Paolo apostolo raffigurato con una folta e lunga barba, il libro dei suoi scritti sotto l’ascella destra e nella mano sinistra la spada, simbolo del martirio; San Biagio, vescovo armeno, protettore della gola; San Rocco, con il mantello e il sanrocchino che aperto sulla gamba fa vedere il bubboncino della peste; San Vito invocato contro la letargia, il morso di animali velenosi, e l’idrofobia; Sant’Antonio Abate, con il bastone e il campanello della questua, protettore degli animali. Ogni immagine che si succede è una preghiera dipinta, un racconto di attese, che ancora oggi parla a chi attraversa la soglia in silenzio.
Visitare questa cappella, allora, è molto più che ammirare opere d’arte. È entrare in una narrazione di un tempo passato che si fa presente, intriso di fede, sofferenza, speranze, memoria, umanità. È un piccolo viaggio nel tempo, dove ogni dettaglio – anche il più sbiadito – ha qualcosa da raccontare ancora.
E forse, proprio in questo dialogo silenzioso tra affreschi e mura, tra storia e presente, tra natura e segni dell’uomo, consiste il vero valore di questi luoghi. Luoghi che non chiedono folla, ma attenzione. Non selfie, ma ascolto.




















