Questa è la storia di un percorso che parte da una formazione scolastica solida e appassionata e si apre al mondo attraversando alcune delle università più prestigiose, dall’Università Bocconi alla University of Washington, fino alla University of Chicago.
Tra sfide, esperienze ed errori trasformati in opportunità e un continuo confronto con realtà accademiche diverse, il protagonista di questa intervista, Giorgio Micaletto di Ruffano, classe 2003, maturità classica, ci accompagna in un viaggio che mostra quanto una preparazione responsabile e una mentalità aperta possano fare la differenza.
Un racconto che invita a riflettere sul valore delle competenze umanistiche anche nei settori più tecnici e su come il sistema educativo italiano potrebbe evolversi per offrire ai giovani strumenti ancora più efficaci per il loro futuro.
Quale ruolo ha avuto la formazione scolastica nel tuo percorso?
Uno degli aspetti che più ha sostenuto il mio percorso è stato lo sviluppo di un metodo di studio solido e ben strutturato, fondato sulla comprensione profonda dei concetti piuttosto che sulla semplice memorizzazione. In questo senso, il Metodo Ruggiero ha avuto un ruolo determinante: grazie al suo approccio innovativo e coinvolgente, mi ha aiutato a interiorizzare questo metodo, rendendo più accessibile lo studio delle lingue classiche e stimolando in me la curiosità, il desiderio di conoscere e la voglia di esplorare attraverso la ricerca.
In che modo?
Ad esempio mi ha abituato a cercare connessioni interdisciplinari e a non accettare passivamente le informazioni, ma a sottoporle a un vaglio critico. Più in generale, mi ha insegnato a considerare l’apprendimento come un processo continuo di miglioramento, apertura e confronto piuttosto che un semplice e meccanico processo di memorizzazione.
Guardando alla tua formazione tra Bocconi, University of Washington ed ora University of Chicago, quali aspetti ritieni siano stati decisivi per arrivare dove sei?
Tra i fattori più determinanti vi è stata sicuramente la capacità di non avere paura di sbagliare. Alcuni dei momenti più formativi sono nati proprio dagli errori, che ho imparato a vedere come opportunità privilegiate di crescita. Parallelamente, si è rivelato fondamentale essere sempre disposto a offrire supporto agli altri: lavorare a stretto contatto con colleghi e professori, confrontarmi continuamente con punti di vista diversi, mi ha permesso di sviluppare nuove prospettive e di affinare il mio pensiero critico.
Durante il tuo exchange negli Stati Uniti, cosa ti ha maggiormente colpito, in positivo o negativo, rispetto al sistema universitario italiano?
In maniera decisamente positiva, mi ha colpito l’idea di università come ambiente vivo e profondamente integrato nella vita quotidiana degli studenti, e non semplicemente come luogo deputato alla trasmissione di nozioni. L’università era fortemente impegnata nel favorire tanto la crescita accademica quanto quella personale e professionale. Questo si manifestava attraverso una vasta gamma di eventi sociali, attività extracurricolari e un supporto continuo e concreto per l’inserimento nel mondo del lavoro e della ricerca.
In particolare, ho apprezzato la chiarezza e la sistematicità dei percorsi di accesso all’ambito accademico e l’organizzazione di career fair con la presenza di aziende e istituzioni che offrivano percorsi preferenziali nei processi di selezione per gli studenti. Un altro aspetto che mi ha profondamente colpito è stata la grande flessibilità concessa nella scelta dei corsi: agli studenti è affidata un’autonomia quasi totale nel costruire il proprio piano di studi, potendo anche accedere, in alcuni casi, a corsi tipici del livello dottorale. Questa libertà, tuttavia, si configura come un’arma a doppio taglio: da un lato permette agli studenti più ambiziosi di personalizzare la propria formazione e anticipare percorsi avanzati; dall’altro, soprattutto nei corsi di laurea triennale, obbliga i docenti a impostare le lezioni su livelli molto introduttivi, per compensare l’eterogeneità di preparazione dei partecipanti. In tal senso, una struttura più vincolata, come quella italiana, garantisce una maggiore uniformità nella progressione degli apprendimenti, anche se a scapito della libertà individuale.
Il tuo futuro ideale sembrerebbe accademico, ma consideri anche la finanza: che ruolo credi possa avere una solida formazione umanistica in percorsi di carriera così diversi?
Ritengo che una solida formazione umanistica sia fondamentale, indipendentemente dall’ambito professionale scelto. Un’idea, per quanto brillante, ha valore solo nella misura in cui si è capaci di comunicarla efficacemente: la padronanza della lingua, la capacità di argomentare con chiarezza e la sensibilità culturale sono competenze trasversali che incidono direttamente sul successo, indipendentemente dall’ambito. Inoltre, l’esposizione all’oratoria classica e allo studio dei testi fondativi sviluppa una finezza nell’analisi dei problemi e nella costruzione del pensiero che rappresenta un vantaggio competitivo difficilmente replicabile con sole competenze tecniche.
Se potessi intervenire su un aspetto specifico del sistema educativo italiano, quale sarebbe e come lo cambieresti?
Se avessi la possibilità di intervenire, introdurrei un sistema più strutturato di preparazione ai test di ammissione universitari internazionali, in particolare nell’ultimo anno di liceo, per favorire l’accesso a percorsi formativi all’estero. Attualmente, questa preparazione è sostanzialmente assente e lasciata all’iniziativa individuale. Inoltre, promuoverei la creazione di un sistema accreditato a livello nazionale di corsi avanzati pomeridiani o serali, che consentano agli studenti più motivati di approfondire materie di loro interesse oltre il programma ministeriale. Un’ulteriore proposta sarebbe quella di permettere agli studenti dell’ultimo anno di liceo di frequentare corsi universitari introduttivi, così da abituarsi ai ritmi e ai metodi di studio richiesti dall’università, riducendo così il tasso di dispersione e favorendo una transizione più consapevole.
Quella di Giorgio non è solo una storia personale, ma l’espressione lucida di una generazione che guarda al futuro con ambizione, senso critico e desiderio di lasciare il proprio segno. È il manifesto di giovani che non si accontentano di ricevere il sapere, ma chiedono al sistema d’istruzione strumenti adeguati per trasformarlo in azione, innovazione e maturità professionale. Un appello chiaro a riconoscere nei giovani non semplici fruitori di conoscenza, ma veri protagonisti del cambiamento culturale e sociale. Giovani che fanno la differenza. Giovani da ascoltare.

