Siamo diventati una società ossessionata dai colpevoli.
E il bersaglio preferito è quasi sempre lo stesso: chi sta al vertice.
Il manager incapace, il direttore distratto, il dirigente inefficiente, il politico inadeguato. Ogni fallimento collettivo viene immediatamente ricondotto a “chi comanda”, come se bastasse individuare una testa da sacrificare per spiegare il degrado di un sistema.
È una semplificazione comoda. E spesso profondamente ingiusta.
Perché nessuna organizzazione, pubblica o privata, vive soltanto delle decisioni prese ai piani alti. Un’azienda, una scuola, una redazione, un ufficio pubblico o privato funzionano o si deteriorano soprattutto nella quotidianità concreta di chi vi lavora dentro. Nelle pratiche gestite male, nelle superficialità tollerate, nelle responsabilità evitate, nelle omissioni considerate normali.
Eppure abbiamo costruito una cultura in cui il vertice deve rispondere di tutto, mentre chi sta sotto tende a percepirsi come semplice esecutore privo di responsabilità reale.
È il grande equivoco del nostro tempo.
Ci si dimentica che ogni ruolo comporta un dovere professionale e morale. Chi timbra un cartellino, firma una pratica, scrive un articolo, entra in un’aula o gestisce un ufficio non è un soggetto passivo. È parte integrante del funzionamento, o del malfunzionamento, del sistema. Si ripete spesso che “il pesce puzza dalla testa”. Ma non sempre è vero. Anzi, molte volte accade il contrario, cioè il pesce inizia a “puzzare dalla coda”: chi occupa ruoli decisioanali si trova a coordinare strutture già logorate dall’indifferenza diffusa, dal lassismo, dall’abitudine a scaricare altrove ogni responsabilità. Perché nessun dirigente, da solo, può controllare ogni dettaglio, correggere ogni inerzia, sostituirsi alla coscienza individuale di centinaia o migliaia di persone. Un sistema degenera quando la base smette di sentirsi custode del proprio ruolo. Quando prevale la logica del “non mi riguarda”, del “lo facciano altri”, del “tanto decide chi sta sopra”. È lì che nasce il vero declino: nella progressiva rinuncia personale al senso del dovere.
E allora forse dovremmo smettere di pretendere che ogni fallimento abbia necessariamente un unico responsabile al vertice. Perché questa ossessione per la colpa “in alto” finisce spesso per diventare un’assoluzione collettiva “in basso”. Una società sana non si regge soltanto sulla qualità dei suoi capi.
Si regge soprattutto sulla serietà, sulla disciplina e sulla coscienza di chi, ogni giorno, compone la struttura reale della comunità.
Perché anche il migliore dei vertici può fare ben poco se sotto di lui cresce una cultura dell’irresponsabilità. O del menefreghismo.

